Ferruccio Laviani  ha uno stile asciutto, maschile e sobrio, eppure nell’immaginario collettivo viene identificato essenzialmente con uno dei pochi progetti in cui si è concesso qualche “ricciolo” in più: la lampada Bourgie di Kartell, che dell’azienda è una delle icone più celebri e anche più vendute. Ma guardando alle collaborazioni fatte con le altre aziende: da Emmemobili a Molteni, passando per Foscarini si comprende che il suo stile, è molto diverso e molto più complesso dal “neobarocco” che spesso gli è stato attribuito. Attento interlocutore delle aziende italiane racconta con entusiasmo la risposta data dal settore alla crisi pandemica: “Tutte le aziende con cui collaboro stanno lavorando a nuovi progetti e tutte fervono per fare cose. Consideri che tutte le aziende erano in procinto di mettere in produzione quello che sarebbe stato presentato al Salone del mobile e nonostante non ci sia stato, a maggio e giugno abbiamo cominciato a parlare di progetti nuovi. Tutti si sono tirati su le maniche e tutti stanno facendo qualcosa e questo è un aspetto delle aziende italiane a cui io devo moltissimo. Perché mi hanno spronato ad andare avanti ed avere idee nuove”. In copertina Ferruccio Laviani con la lampada  Taj da lui disegnata per Kartell .

Il ruolo pubblico del designer è un aspetto che trova stimolante oppure inutile?

Io credo che purtroppo (o per fortuna) molti di noi rappresentano per le aziende anche un mezzo per veicolare i prodotti. Una sorta di moderna pubblicità che si fa anche in modo indiretto per le aziende. Poi ci sono quelli più schivi ma facciamo tutti un po’ parte di questo mondo, per cui sottrarmi mi sembrerebbe anche un po’ anacronistico e poi ognuno decide che tipo di immagine di sé veicolare. Per quanto mi riguarda, non ho mai avuto un rapporto molto stretto con i social e mi sono un po’ più impigliato in Instagram che sento più vicino al mio modo di pensare. Lo sento un po’ più mio e me lo gestisco io e l’ho fatto diventare quasi più un quaderno per gli appunti che una pagina per farmi vedere. E cerco di essere il più onesto con quello che è la mia persona reale e di fare lo stesso con i social. Poi succede che faccio un post particolarmente intelligente e magari ci sono cinque like e poi ne metto in cui mi sto lucidando le scarpe e ce ne sono cinquecento. Nell’immagine la Madia  Evolution di Ferruccio Laviani per Emmemobili

Evolution by Emmemobili

Come è nato e come si è evoluto nel tempo il suo rapporto con Kartell?

È nato in un modo abbastanza casuale. All’epoca Claudio Luti subentrava ai suoceri (Giulio e Anna Castelli, fondatori dell’azienda ndr) e aveva chiesto a una serie di progettisti di fare proposte per uno stand al Salone del mobile e tra tutti scelse il mio. Erano gli anni in cui avevo aperto il mio studio uscendo dalla società con Michele De Lucchi, ho cominciato a lavorare saltuariamente con Kartell, all’epoca l’organizzazione aziendale e il business non erano quelli che sono adesso, l’azienda si stava reinventando praticamente da zero, con un catalogo di cinque prodotti. E adesso, dopo trent’anni di collaborazione, sto lavorando al nuovo catalogo e i prodotti son cinquecento. Nell’immagine, la lampada  Bourgie disegnata da Ferruccio Laviani per Kartell

Bourgie by Kartell

Eppure, pur essendo molto ampio questo catalogo di Kartell, ci sono due dei suoi progetti – Bourgie e Kabuki - che hanno avuto una diffusione eccezionale. Cosa ha determinato, secondo lei, questo successo numerico?

Certamente quando è uscita la Bourgie era forse un prodotto che mancava sul mercato. Era il 2003 e dominava il post minimalismo, si lavorava su qualcosa di completamente epurato da qualsiasi tipo di decoro, anche in reazione all’iper decoro e colore che avevano dominato gli anni 80 e inizio anni 90. Quindi anche ad un livello culturale era una lampada che si poneva in una maniera che altri hanno definito “neobarocco”. Era una fase della mia vita così. Era la prima volta che Kartell mi dava un budget più cospicuo per progettare una lampada, tra l’altro era il secondo anno in cui Kartell si era rimessa a fare lampade. Come sempre accade, uno pensa a diecimila cose e poi alla fine ho rifatto una lampada che avevano i miei genitori sulla scrivania pensando di farla in plastica. E la cosa sorprendente, è che ogni tanto mi riguardo i disegni originali e quella lampada è andata in produzione esattamente come era stata disegnata la prima volta. È stata un successo probabilmente perché allora nessuno pensava a una lampada del genere, era una lampada trasversale perché il fatto che fosse di plastica la rendeva da una parte ironica e quindi piaceva ai più giovani ma dall’altra parte confortevole dal punto di vista del design, rispetto ad altre lampade dell’epoca estremamente minimali o futuristiche. Il primo anno, credo che siano state vendute settantamila lampade e sono stati prodotti due stampi perché con uno non ce la facevamo. E quando ho pensato di fare la Kabuki è stata un po’ l’idea di rivedere la Bourgie quindici anni dopo. È stato un oggetto importante per Kartell e ne rappresenta comunque l’iconografia. E siamo ancora sui venti-venticinquemila pezzi l’anno. Nell’immagine, la lampada  Kabuki disegnata da Ferruccio Laviani per Kartell

Kabuki by Kartell

La collaborazione con Kartell nasceva dunque con la progettazione dello stand per il Salone del mobile. Nell’ultimo periodo non ci sono state fiere e le aziende hanno trovato soluzioni alternative: è possibile che questo abbia messo in discussione l’importanza degli eventi?

È logico che con il digitale la distribuzione sta assumendo una portata molto diversa, ma ci sono cose che non si possono vendere online. Un conto è vendere una lampada, che magari già si conosce, e un altro discorso è vendere un divano. Certamente il digitale prenderà sempre più piede ma questo non neutralizzerà il negozio fisico che magari diventerà qualcosa di diverso. Ma non credo che l’uno possa sostituire l’altro e lo stesso ritengo per le fiere. Il digitale può aiutare l’azienda a raccontarsi dal punto di vista iconografico, nel suo universo visuale che però si completa con la parte reale. Le fiere ci saranno, magari saranno ridimensionate e conviveranno con una maniera nuova di proporsi. Credo che questa esperienza ci abbia aiutato a fare il punto su cosa sia l’azienda e sul suo modo di comunicare.

È vero che forse vivevamo talmente tanto fuori che ci eravamo quasi dimenticati della possibilità di stare in casa che era diventata il luogo in cui dormire e adesso è tornata al centro della nostra attenzione?

Penso che sia un cambiamento molto legato all’architettura della casa. Mai come in questo periodo si sono venduti tavoli estensibili, perché ci si doveva mangiare ma anche lavorare. Quindi abbiamo capito che dobbiamo ripensare gli oggetti sia come progettisti che come utenti. Ma il problema vero è legato all’architettura delle case, penso ad esempio alle case senza un balcone, oppure alle case in cu non si può avere privacy. Rivedere quindi la capacità di disegnare le case come luoghi in cui si possa vivere. Nell’immagine, il tavolo  Brique-T disegnato da Ferruccio Laviani per Emmemobili

Brique-T by Emmemobili

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